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149 - SULLA DEMOCRAZIA 13-10-2005

https://www.youtube.com/watch?v=iglDRZXv8wo&list=PL131D20FC5FE2E036

PREAMBOLO: I titoli degli incontri seminariali non sono mai rigorosamente indicativi dell’argomento trattato, poiché il tono colloquiale delle lezioni di Stefano Garroni e la stessa natura degli incontri (una serie di seminari collettivamente autogestiti miranti alla formazione marxista di quadri comunisti) fanno sì che la sua esposizione, fatta a braccio e sovente improvvisata, non sia mai sistematica (come sarebbe stata in un intervento scritto), né circoscritta all’argomento richiamato dal titolo, ma sempre aperta ad allargarsi verso ulteriori tematiche, inizialmente non previste; spesso suggerite dagli interventi degli altri compagni che lo seguivano nei seminari

NOTA: fra parentesi quadre il Redattore fa delle aggiunte per rendere più semplice la comprensione degli interventi e la stessa esposizione

 

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Stefano Garroni: […] finalmente si è capito che i comunisti europei – ad eccezione dei greci e dei boemi – marciano spediti verso una socialdemocrazia, mentre il movimento comunista si organizza – se non altro in Latinoamerica – in maniera molto interessante.

Ed esistono tentativi effettivamente in atto per svolgere una politica di aggregazione comunista, anche nel nostro paese, che ovviamente viene condotta secondo i limiti dei gruppi politici attualmente esistenti. Per limiti cosa intendo dire? Poi spiegherò perché ci interessa il libro di Nicola Badaloni, che ricostruendo la discussione politica tra i comunisti negli anni Sessanta, cita una serie di alti nomi della cultura nazionale e internazionale.

Cioè c’è stato un tempo in cui c’erano i comunisti veramente, in cui un intellettuale comunista era una persona ben valutata e ben seria e non un cialtrone come oggi.

Ora, una delle nostre difficoltà, io credo, sia quella di far riconquistare la consapevolezza dell’estrema serietà dell’esser comunista e dell’estrema serietà e dell’estremo impegno del marxismo.

Finita questa premessa, sulla base di una stimolazione di Renato [Caputo], noi proporremmo di organizzare – credo a Centocelle se non ho capito male – tre rapidi seminari che abbiano come argomento la democrazia.

Ad esempio cercherei di ricostruire come – all’inizio degli anni Sessanta – il tema della democrazia e del socialismo è stato discusso in Italia – e ripeto qui facciamo i conti con grossi personaggi come Luporini, Badaloni, Della Volpe e con persone importanti che hanno lasciato opere che vale ancora la pena di leggere.

Il compagno Andrea [Fioretti] si occuperebbe della tematica dell’autorganizzazione operaia nella storia anche italiana. Ora, per esempio voi ricordate come negli anni Sessanta un momento particolarmente vivace della discussione è dato dalle tesi del controllo operaio scritte dal compagno Libertini del PSI, che fu un momento importante.

E fu un momento importante di una vasta discussione tutto il movimento che si sprigiona dagli scontri a Piazza dello Statuto a Torino, quando inizia – visibilmente insieme a Valle Giulia – la ribellione del giovanile contro lo Stato capitalistico, contro la polizia, e con questa caratteristica che credo sia molto importante sottolineare: che in entrambi i casi – sia a Valle Giulia che a Piazza dello Statuto – la polizia fu aggredita da noi, ed era la prima volta che avveniva.

Il giorno dopo l’Unità pubblicava i nomi degli organizzatori della manifestazione di Valle Giulia, facendo nomi e cognomi, quindi facendo la spia alla polizia.

Ora, non so Renato, di cosa in particolare si occuperà, quindi consentitemi adesso molto rapidamente di cercare di mostrare meglio di cosa io mi occuperei e poi passo la parola ad Andrea per illustrare il suo tema e poi a Renato.

Il merito di questo Il marxismo italiano negli anni Sessanta di Nicola Badaloni che esce nel Settantuno, il merito è quello di ambientare la discussione sul rapporto democrazia e socialismo all’interno di un quadro più generale, sia dal punto di vista teorico – della riflessione su Marx e sulla scientificità del marxismo, su cosa significa la dialettica, la valutazione dell’eredità gramsciana, o invece l’importanza di una nuova eredità che bisogna introdurre, che non abbia le caratteristiche dello storicismo gramsciano ma che si rifaccia piuttosto a modelli dello scientismo neopositivista (Popper per esempio). E ambienta però la discussione anche nel contesto internazionale: gli anni Sessanta non sono anni da poco perché c’è stato il XX Congresso, poi c’è stata l’Ungheria, poi ci sono stati vari episodi in Germania, poi c’è stato il conflitto Cina-Unione Sovietica, quindi la crisi grave del movimento comunista come portatore di un’alternativa reale appare evidente a tutti, perché i comunisti si scannano tra di loro, hanno rivolte interne in cui è visibile che almeno una gran parte del proletariato è con i rivoltosi. Non so quanto fosse vero perché queste cose ovviamente è difficile ricostruirle, come la storia delle BR: vai a capire cosa è successo veramente. Ma ricordo che la radio italiana, che io sentivo assiduamente all’epoca dei fatti in Ungheria, sottolineava molto come i rivoltosi ungheresi volessero i soviet, i consigli operai, e anche l’interpretazione che Sartre dette fu questa, cioè una rivolta contro l’organizzazione burocratica del potere.

La cosa poi si ripercosse in Polonia ma aveva avuto un primo episodio in Germania, e allora ovviamente traballa l’immagine del marxismo e del comunismo come alternativa. Stiamo all’anticipo del crollo: non c’è ancora il crollo però sono crollate molte cose.

Ancora: Badaloni mette in relazione il dibattito su democrazia e socialismo ai cambiamenti che avvengono nella società italiana. Cioè la sorte strana dell’Italia è stata questa: che il Partito Comunista con Gramsci e con Togliatti ha svolto un formidabile ruolo di ammodernamento e democratizzazione del paese, e si è battuta moltissimo (la classe operaia ed il partito) per ottenere una modernizzazione e una democratizzazione del paese.

Quando finalmente le condizioni economiche lo rendevano possibile, l’operazione è passata direttamente in mano ai padroni e ai socialisti anticomunisti, per cui il partito comunista fu ridotto all’opposizione senza avere più un discorso effettivo da fare, perché il discorso che aveva fatto fino allora era per esempio nazionalizzazione dell’energia elettrica e quelli la nazionalizzano. Certo, dando la ricompensa ai padroni, però è chiaro che tu devi avere un livello di coscienza rivoluzionaria molto elevato per avere dei moti di piazza contro il fatto che i padroni che sono stati espropriati abbiano dei soldi in cambio. E i padroni fecero affari enormi.

E c’è il problema di una nuova società capitalistica che viene fuori: l’Italia veramente era un paese fortemente arretrato. Noi abbiamo il papa, i cattolici, ma negli anni Quaranta-Cinquanta sul serio avevamo le madonne che piangevano, sul serio erano una minaccia dura i comunisti: “vi scomunico”! Sul serio la volontà del partito e di Togliatti in particolare “diamo il voto alle donne” ha significato una grande vittoria della DC cioè dei cattolici.

 

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Stefano Garroni: L’Italia di fine anni Cinquanta inizio anni Sessanta, cioè l’Italia del miracolo economico, è un’altra Italia. È un’Italia in cui si conosce un forte sviluppo tecnologico, in cui c’è un forte ammodernamento dell’industria, in cui c’è uno spostamento enorme di popolazione dal sud al nord, ed è molto interessante che le organizzazioni democratiche di massa del partito organizzato per poter frenare l’impero capitalistico franano completamente: il movimento economico li spazza via e si impone l’anarchia capitalistica, appunto questo spostamento di milioni di persone dal sud al nord con problemi incredibili.

Non so se voi questo ve lo ricordate ma è assolutamente vero, l’ho visto con i miei occhi, a Torino il cartello: “Qui è vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali”.

Allora, dentro questo contesto si sviluppa una riflessione su democrazia e socialismo sulla base di due presupposti. 1) tradizionalmente gramsciano, e chiarisco subito che il mio punto di vista, a mio modo di vedere Togliatti è un fedelissimo interprete di Gramsci e quindi dico: secondo la tradizione gramsciano-togliattiana – anche se non è esattamente la stessa tradizione, solo che Togliatti è l’uomo politico […] - succede che il movimento comunista si impegna appunto per lo sviluppo di associazioni democratiche, per mettere in movimento masse larghe intorno alla classe operaia, per creare obiettivi che siano – agli occhi del popolo in generale – accettabili, necessari. Il popolo in generale vuol dire la piccola borghesia, il piccolo padrone, l’operaio, il disoccupato, e quindi strati sociali estremamente diversi, e alla fine è chiaro che quell’obiettivo che proponi a tutti è un obiettivo intermedio che alla fine non sta bene agli strati più emarginati e più colpiti dal proletariato, ma sta bene alla piccola e media borghesia fondamentalmente.

Ed ecco perché con il miracolo economico saltano le organizzazioni democratiche messe in piedi dai comunisti, perché sono le organizzazioni democratiche in realtà della piccola e media borghesia, non del proletariato.

Allora di fronte allo sviluppo impetuoso del capitalismo moderno, queste cose piccolo borghesi… pluff: zompano per aria.

 

Paolo Massucci: Non ho capito cos’è che zompa per aria: intendi dal punto di vista ideologico?

 

Stefano Garroni: No no, vuol dire questo per esempio: l’organizzazione degli insegnanti e genitori democratici per una scuola pubblica e per limitare il peso della scuola privata. Organizzata dai comunisti, i dirigenti fondamentali sono compagni comunisti (il compagno Mario Alighiero Manacorda in particolare) e non combina niente. Che cosa combina? Combina unicamente che ad un certo punto ci sarà il prolungamento della scuola dell’obbligo con un abbassamento radicale del livello scolastico per cui il figlio del lavoratore che va a scuola fa più ore di scuola però impara di meno quindi è stato preso in giro. D’accordo?

E in generale i comunisti avevano quest’atteggiamento di organizzare raggruppamenti unitari, con quelli che allora erano i radicali (che non erano come quelli di adesso insomma), con i socialisti (sempre molto ambigui), con la sinistra democristiana, e il comunista per salvare l’unità di queste organizzazioni si teneva un po’ al margine, per cui per esempio nella discussione politica il comunista di solito si limitava all’informazione di tipo sindacale, mentre il discorso politico veniva fatto da un altro, veniva fatto da un repubblicano o da un socialista, perché quello che contava era appunto far marciare questo movimento unitario.

 

Paolo Massucci: Ma perché salta con il boom economico? Questo non riesco a capire.

 

Stefano Garroni: Perché capisci bene che quando l’industria italiana comincia a costruirsi su una tecnologia nuova che fa saltare le professioni tradizionali ma dimostra però di avere la capacità di produrre nuove organizzazioni industriali e quindi di dare un nuovo sfogo alla richiesta di lavoro, ma un nuovo sfogo che non è quello che dicono i comunisti ma quello che dice Craxi e quello che dicono i democristiani, allora quest’organizzazione unitaria non ha più senso, non ha più il fondamento.

Un motivo unitario fondamentale in Italia fu l’antifascismo. Quando tu hai Fanfani e Craxi al governo hai l’antifascismo. Addirittura viene riconosciuta la Resistenza ufficialmente e si celebra ufficialmente l’anniversario della Resistenza. A questo punto sono fottuti i partigiani, perché quelli hanno fatto la Resistenza per arrivare al socialismo in realtà, invece in questa maniera li ha inscritti nell’ordine borghese ecc.

Accanto a questo è molto importante che il cambiamento di funzioni nelle fabbriche, di figure professionali proprio legate all’ammodernamento tecnologico, determina per esempio che gli sbocchi tradizionali scolastici non assicurano più un accidente di niente, e comincia a porsi il problema grave del fatto che io venga assunto in fabbrica con una certa qualifica, però di fatto faccio un lavoro diverso, meno qualificato, e prendo uno stipendio non corrispondente alla qualifica: prendo una paga di costo e non quella dovuta alla mia qualifica.

Ora, questa gioventù si sente (come anche la classe operaia in fabbrica) schiacciata da questo meccanismo che cambia tutto, che riduce il suo potere d’acquisto, riduce la sua possibilità di controllo, di decisione, e scoppiano cose formidabili.

Appunto è importante: a Piazza dello Statuto e a Valle Giulia la polizia non aggredisce, ma siamo noi che aggrediamo, e questa è la prima volta. Cioè la rabbia è così diffusa che finalmente noi diamo in testa ai poliziotti. Questo vuol dire che si diffonde una volontà di rinnovamento profondo e si diffonde una volontà di nuove organizzazioni all’interno del luogo di lavoro con forme di rappresentanza operaia, tanto che – come poi dirà l’<eroico> Colletti molti anni dopo, si era creata una situazione e in fabbrica si comandava in due: comandava il padrone e comandava il consiglio operaio, il comitato di base.

Questo era relativamente vero, cioè la forza dei comitati di base era tale da bloccare sul serio le fabbriche e l’attività economica.

In tutto questo si innesta il problema della democrazia: secondo la prospettiva gramsciana, cioè dello sviluppo storico, storicamente maturo, e quindi uno sviluppo di prospettiva che va avanti attraverso lo sforzo unitario della classe operaia ed altri settori sociali ecc., oppure secondo un altro orientamento molto più radicale che mette sul tappeto direttamente la questione della presa del potere e della dittatura del proletariato.

Allora hai per esempio un ritorno di fiamma di stalinismo: “Stalin, Berija, GPU: il trotskismo non c’è più!”, questo era uno slogan scandito largamente. Bizzarro perché il trotzkismo non c’era proprio, non era un problema.

E si organizzano i servizi d’ordine dei gruppi, gruppi costituiti da migliaia e migliaia di persone e vi assicuro che i servizi d’ordine erano proprio servizi d’ordine, cioè cristacci alti sei metri, forti, con i bastoni in mano, e all’università i fascisti non entravano più.

 

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Stefano Garroni: Neanche quelli della FGC entravano più. E non appena c’era un allarme… ad un certo momento si determinò una situazione per cui da San Lorenzo all’università insieme si interveniva.

Allora questo dibattito, diciamo più radicale l’uno, più in una prospettiva storicistica l’altro: quello radicale è più legato al senso che la posizione di Marx rappresenta una rottura rispetto alla continuità, un salto, e quindi la dialettica non è questo movimento storico che si svolge nel tempo e che arriva - ad un certo punto - al salto di qualità, ma è un’interruzione netta dello sviluppo e l’introduzione netta di qualcosa di nuovo, e in questo senso si parla di marxismo galileiano riprendendo la metodologia scientifica di Galileo, ma più che altro, riprendendo il motivo della scienza galileiana che rompe con una tradizione culturale imperante da tempo.

Cominciano le critiche a Gramsci, cominciano le critiche a Togliatti, e cominciano però anche le critiche a Della Volpe che è il porta insegna di questa nuova posizione. Della Volpe è un personaggio anche questo bizzarro perché era fascista e collaborava alla rivista fascista Primato, e proprio negli ultimi periodi del fascismo lui sta scrivendo un’opera (La mistica del carro armato): cade il fascismo e gli cambia il titolo: Logica come scienza positiva, e noi lo leggiamo in questa forma, ma era nato sotto l’aspetto [utilitaristico] del carro armato.

Ovviamente teniamo presente che la rivista Primato fu una cosa molto importante: molto compagni ci scrissero, anche Ingrao che non era ancora rincoglionito, non scriveva poesie, era una persona seria insomma. Ed era anche un luogo in cui il partito diceva ai compagni di entrare.

Ora, Della Volpe ha un grande successo tra i giovani comunisti. Qui è interessante che esiste una scuola di Della Volpe, ma a qualunque dellavolpiano che gli si dicesse che esisteva la scuola di Della Volpe, questo rispondeva di no. Però le persone che in sostanza erano vicine al punto di vista di Della Volpe erano Lucio Colletti, Ignazio Ambrogio, Barbaro (quello dell’estetica cinematografica), Merker, Cerroni (giurista).

Ognuno di questi compagni ha in realtà una prospettiva abbastanza diversa, però i punti di comunanza con Della Volpe sono importanti. E l’uomo più di spicco, il Bertinotti della situazione, l’uomo televisivo del gruppo è Colletti. Ed eravamo arrivati a cose ridicole insomma: tutti quanti noi imitavamo Colletti, nel parlare per esempio. C’era questa cosa che a noi non riusciva: lui si accendeva la sigaretta senza guardarla, mentre parlava, e ad un certo momento l’ho imparato anche io. Insomma, questo per dire il livello di idiozia a cui si era arrivati.

Però succede che – qui accenno solamente perché poi bisognerà fare il seminario – che proprio Della Volpe, all’interno dell’istanza del marxismo come rottura radicale rispetto alla tradizione, introduce il tema della democrazia e del socialismo operando questa distinzione: esiste una tradizione liberaldemocratica che è rappresentata da Locke, da Kant, da Benjamin Constant ecc., la quale ha come punto fondamentale del discorso politico la difesa della proprietà privata e quindi il fatto che lo Stato deve liberare il più possibile il tempo del cittadino in modo che il cittadino possa pensare ai fatti suoi mentre lo Stato si interessa delle questioni comuni ovviamente. Dall’altro lato la linea propriamente democratica: Rousseau, Marx e Lenin. I due perni della linea democratica sono il concetto di sovranità inalienabile del popolo e il concetto di soviet.

Qui c’è qualcosa di importante perché la sovranità popolare inalienabile, per Rousseau significava per esempio che quello che noi chiamiamo parlamentare era semplicemente una persona incaricata di fare un certo lavoro ed [era] sempre continuamente sottoposto al controllo della base, e quindi come a Cuba poteva essere buttato via se non rispondeva alle necessità.

E in Rousseau – come in tanti dell’epoca – è fermo il discorso: “si alla proprietà privata – questo è un tema comune – però una proprietà privata che è ammissibile se e solo se non comporta danni sociali, se non comporta eccessivi squilibri sociali, non comporta miseria per alcuni”, e quindi lo Stato, nel momento stesso in cui è fondato su una rigorosa sovranità popolare, è anche legato a una dubitazione della proprietà privata.

Nella tradizione liberaldemocratica no, il discorso – se volete banalizzare – è il discorso del cow boy che pensa ai fatti suoi e lo sceriffo è un po’ un rompipalle insomma, perché appunto, lo schema fondamentale è che la società è l’insieme di interessi privati e io ho il diritto di garantirmi i miei interessi senza che nessuno mi rompa le scatole: tu Stato puoi intervenire solo se qualcuno mi rompe le scatole e allora lo punisci.

Ovviamente Della Volpe sottolinea molto il motivo del soviet perché nel soviet noi ritroviamo questi elementi, ritroviamo la revocabilità, ritroviamo l’armamento delle masse popolari ecc.

Una cosa su cui non si riflette sufficientemente è che a Cuba in ogni quartiere esiste un deposito di armi che i cittadini conoscono e sta lì perché in caso di aggressione i cittadini possono armarsi accanto, ovviamente, all’esercito regolare: il che è una forma di armamento polare. Non è che uno può andare in giro con la pistola, però hanno la possibilità di prendere la pistola quando sia necessario perché il deposito di armi sta lì, sta nella quadra.

Armamento popolare, revocabilità del mandato: qui (accenno nuovamente) entriamo in un grosso problema che oggi in particolare sarà oggetto di dibattito da parte di molte organizzazioni comuniste, e cioè: è documentabile – e io penso che in un convegno che si farà a novembre io mi dedicherò proprio a questo: a ricostruire tutta l’attenzione di Lenin per l’organizzazione di forme di controllo da parte dei lavoratori anche non comunisti, sugli organi dello Stato e del partito.

 

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Stefano Garroni: Cioè in Lenin trovate espressamente la dichiarazione: “Noi siamo un’elite al potere, ma quest’elite ogni anno è sottoposta ad un Congresso che la può revocare, quindi può sostituire i membri”, ed esiste la Commissione centrale di controllo (che i membri del Partito Comunista italiano hanno conosciuto come “bau bau” perché erano quelli che ti punivano quando tu avevi commesso una scorrettezza) sull’operato dei dirigenti del partito! Poi di fatto è diventato invece un organo di controllo sui compagni del partito. Mi spiego?

Allora, c’è questo problema importante che – per motivi che ovviamente andranno analizzati – c’è un mutamento profondo tra l’impostazione di Lenin e l’impostazione che poi con Stalin e con Bucharin varrà in Unione Sovietica.

I motivi sono tanti, è chiaro che non abbiamo da chiamare in causa la criminalità di Tizio o di Caio ma dobbiamo chiamare in causa una situazione estremamente complicata, difficile e drammatica in cui l’Unione Sovietica si trovava.

Però compagni, per esempio voi sapete che oggi, addirittura dall’interno del governo di Lula vengono fatte aperte denunce della compromissione di Lula con il Fondo Monetario Internazionale.

Ora, guardate, questo paradossalmente non è un segno bellissimo, perché non esiste un’organizzazione comunista solida in Brasile ma ci sono molte organizzazioni, e la cosa più solida è l’esercito, e quindi una delle possibilità più ragionevoli è che il crollo di Lula significhi un colpo di mano dell’esercito e quindi il ritorno alla dittatura militare.

Da questo punto di vista è importante il rapporto sempre più stretto che il Movimento dei Senza Terra ha con il Venezuela.

Però appunto, è interessante anche che il Movimento dei Lavoratori Senza Terra ha dato luogo ad un’Internazionale contadina, non operaia e contadina, quindi resta una spaccatura all’interno del proletariato brasiliano.

Voglio dire questo: teniamo presente che la situazione, per esempio in Brasile, è tale per cui non ci sarebbe nulla da meravigliarsi se dovesse reimporsi un regime socialista di tipo stalinista.

Quindi, teniamo presente le drammatiche situazioni che l’URSS ha subìto, ma teniamolo presente non solo come fatto storico, passato, ma come possibilità sempre presente.

Bene, io di questo mi occuperei. Va bene?

 

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Stefano Garroni: Però scusate, c’è un punto che io non ho chiaro ed è questo: i compagni lo sanno che noi abbiamo sempre sostenuto, negli anni durante le riunioni, che nessuno è obbligato ad intervenire perché a volte uno sente delle cose che ha bisogno di assimilare. Perché è obbligato ad intervenire? Le assimila e poi dopo interverrà.

Cioè, voglio dire che noi in fin dei conti abbiamo delineato un certo disegno che può essere integrato – e in questo senso accetto quello che dice Renato - con un materiale che è materiale politico. Cioè tutte le cose che noi diciamo possono essere campate in aria se non possiamo contemporaneamente esibire per esempio quella dichiarazione del Movimento dei Senza Terra, quella dichiarazione dei compagni comunisti tedeschi, quella dichiarazione di altre organizzazioni comuniste e discutere questa documentazione che ad ognuno può essere fornita perché sta su internet.

Per esempio discutere del problema dei Sans Papiers che è un problema importante proprio dal punto di vista politico perché per la prima volta un’organizzazione trotzkista francese (Lutte ouvrière) e un’organizzazione di origine stalinista (Parti Belgique du travail) hanno lavorato insieme per questo, ed è importante. E che ruolo hanno i Sans Papiers, cioè quelli che lavorano in nero, che è un problema di democrazia perché appunto, tutto il discorso che noi facciamo, per non essere campato per l’aria, deve legarsi alle condizioni materiali del lavoratore.

Allora io credo che se noi introduciamo, oltre alle relazioni ecc., momenti in cui discutiamo documentazione politica, allora nessuno può parlare a vanvera, perché se ad un certo momento i Senza Terra incontrano Chavez e prendono una certa posizione, hanno preso quella posizione e non un’altra, e tu devi spiegare quella! Quindi fai questa esperienza formidabile - perché sono decenni che la sinistra non la fa più - di non dire quello che ti passa per la testa ma quello che è documentato dai fatti.

Allora io sono convinto che Renato è perfettamente in condizioni di inserirsi con il seminario suo, nel mio o in un altro, ma certamente può essere curata – sembra a me – questa parte di raccolta di materiale politicamente reale, pubblico, effettivo che ci mettiamo a discutere.

 

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Stefano Garroni: Allora per esempio, fate conto, magari Giacchè venisse a spiegarci quel mistero del linguaggio di oggi.

Voi avete visto che se in un terremoto qualcuno ci lascia la vita non muore, ma è una vittima: molto più generico. Voi sapete che il cieco non è cieco ma è non vedente. Voi sapete che la guerra all’Iraq è l’esportazione della democrazia.

Ora, tutto questo però non è semplicemente una presa in giro ma è anche il “viacolo” di un’ideologia. Per esempio negli anni Sessanta un giornale come Il Tempo si arrabbiava moltissimo con tutte le organizzazioni che si definivano democratiche perché sapevano perfettamente che c’erano i comunisti. Oggi tutti sono democratici, addirittura D’Alema dice: “Siamo tutti liberaldemocratici” e nessuno si rende conto della differenza. È vero: siete tutti liberaldemocratici, cioè la democrazia è scomparsa.

Allora, attraverso la documentazione politica noi possiamo consentire anche a compagni non particolarmente preparati, di intervenire e prendere atto della situazione, perché io credo che il nostro compito sia quello di far capire ai compagni qual è la situazione reale. Cioè bisogna far capire ai compagni che non c’è spazio di riforma.

Se nel dopoguerra forse c’era la possibilità di riforme capitalistiche che facessero progredire l’Italia fuori del socialismo, oggi tu non hai nessuno spazio di progresso fuori del socialismo. E questo però bisogna che la gente lo veda, come dire, attraverso fatti continui non attraverso le chiacchiere sue o mie.

Allora io proporrei questo: questo terzo momento va curato bene, forniamo documentazioni, materiale che ricaviamo da internet - non è tanto misterioso - in modo che i compagni sappiano quello che succede e che discutano di quello che succede. Ecco io questo volevo dire.

Scusate un’ultima piccolissima cosa: forse il compagno Andrea si arrabbierà un pochino, ma quando un’assemblea dei lavoratori ha come obiettivo quello di far conoscere ai lavoratori le condizioni del proprio ruolo di lavoro (questo è il luogo di lavoro, succedono queste cose, allora facciamo un bollettino ecc.), a me ricorda Trilussa quando parlava del prete che spiega la religione, e dice: “Venissimo a sapè che so’ misteri”. Cioè che cosa spieghi al lavoratore? Che lui è sfruttato come quell’altro. Ma che non lo sapeva? Che caspita di spiegazione è questa? Tu al lavoratore devi indicare una possibilità di lotta, di alternativa, e un punto fondamentale – se siamo d’accordo – è quello di capire che il punto di vista del movimento dei lavoratori è il marxismo e la prospettiva di liberazione del proletariato è il socialismo. Questo bisogna capire.

Non è questione di venire al gruppetto mio o al gruppetto di quell’altro, ma è il fatto: vuoi la democrazia? La democrazia vuol dire il soviet, vuol dire la revoca del mandato, vuol dire l’armamento dei lavoratori, vuol dire che il parlamentare deve avere un salario operaio medio. Voi figuratevi, non c’è più nessuno che lo dica questo!

Vogliamo spiegare ai compagni che Lenin e i bolscevichi questo volevano: il parlamentare ha il salario dell’operaio medio. È un fatto democratico. Sapete quante pensioni si pagherebbero riducendo il salario ai parlamentari?

 

Maurizio Franceschini: Questo però dicono che è utopismo.

 

Stefano Garroni: Non è utopismo in particolare se a questo aggiungi la condizione necessaria, cioè che l’operaio deve essere organizzato e armato, e ad un certo momento gli puoi pure sparare in bocca a questi!

Quindi io faccio la proposta di un terzo momento che sia di discussione di materiale e di documenti presi da internet.

 

 

Stefano Garroni primo ricercatore CNR ed ex docente di filosofia a “La Sapienza” università di Roma: collettivo di formazione marxista “Stefano Garroni”. Per avere informazioni di ogni genere o anche segnalazioni per eventuali errori è possibile contattarci

 



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